Dallo Scoglio di Quarto - 1860

Quanta Gente a Quarto

Era il 5 maggio 1860 poco dopo la mezzanotte quando lo “scoglio” di Quarto al Mare, all’epoca un piccolo comune del levante genovese distante 6 chilometri dalla città della Lanterna, fece il suo ingresso nella nostra Storia Patria e nell’iconografia risorgimentale.


Il 2 aprile precedente, Giuseppe Garibaldi, “l’Eroe dei due mondi” è a Torino in veste di deputato eletto in vari collegi elettorali: Cicagna, Chiavari, Corniglio di Parma, Stradella di Piacenza e naturalmente nella sua Nizza, onde partecipare ai lavori del Parlamento non più subalpino e non ancora nazionale, scaturito dalle elezioni del 25 marzo precedente, alle quali parteciparono per la prima volta i rappresentanti dei “territori annessi”: Emilia, Romagna e Toscana. Nei suoi interventi non fece mistero della sua disapprovazione per la cessione di Nizza e Savoia, pronunciando frasi molto dure nei confronti del maggior responsabile: il conte Camillo Benso di Cavour capo del Governo.

Il 13 aprile, amareggiato per il destino della sua città ma sempre pronto a mettersi in gioco per l’Unità d’Italia, da Torino in treno si portò a Genova, alloggiando all’albergo della Felicità, ove ricevette la cittadinanza onoraria di Chiavari e Brescia. La sera di domenica 15 aprile, Garibaldi raggiunse Quarto, fissando la propria base operativa a villa Spinola di proprietà di Candido Augusto Vecchi, nativo di Fermo nelle Marche, amico di lunga data di Garibaldi, dimorando in una dependance, il “Casoun Gianco” (Casone bianco).

Erano settimane che centinaia e centinaia di patrioti, volontari, ex combattenti delle campagne del 1848, 1849 e 1859, stavano affluendo da tutta la Penisola a Genova. Sorvegliati e spiati dalle cancellerie europee che nella città avevano inviato loro emissari, ma anche dalla Polizia piemontese e borbonica. Tutti avevano intuito

che il nizzardo stava preparando un’altra delle sue famose imprese: il problema era quando, come e dove. Molti si aspettavano un “colpo di mano” contro Roma, nonostante la città dei Papi fosse difesa da una guarnigione francese ben armata, altri pensarono a Venezia o ad un’invasione dello Stato Pontificio dalle Marche, infine c’era chi aveva capito che questa volta l’azione era diretta contro un nemico apparentemente inattaccabile per la sua vastità, quel Regno delle Due Sicilie esecrato da molti come il simbolo dell’arretratezza socio-economica e del baluardo di un assolutismo paternalista ormai fuori dal tempo!

Ad ideare il progetto di una così ardita spedizione nell’estremità del Regno borbonico, furono due esuli locali: Rosolino Pilo e Francesco Crispi. Il primo nell’aprile 1860 era ritornato nell’isola pochi giorni dopo la sfortunata insurrezione palermitana del mastro fontaniere Francesco Riso, repressa nel sangue dai Borbone con l’assalto al Convento della Gancia ove si erano asseragliati i rivoltosi. Tredici patrioti caduti prigionieri furono condannati a morte e fucilati il giorno 14, ma il fermento, l’agitazione patriottica dalle città si era spostato nelle campagne palermitane, catanesi e messinesi. Mentre Pilo nell’entroterra si prodigava a mantenere viva la protesta, Crispi convinse Garibaldi ad accettare di guidare la spedizione.

La vigilia della partenza, Giuseppe Garibaldi la trascorse scrivendo alcune lettere ad amici e sostenitori. La più importante la indirizzò ad uno dei suoi massimi e fidati collaboratori: il medico milanese Agostino Bertani che amministrava i fondi raccolti in tutta Italia per le imprese garibaldine., tra gli organizzatori della famose “Cinque Giornate” di Milano, già mazziniano e poi difensore della Repubblica Romana.

“Mio caro Bertani, spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:

raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa;

procurare di far capire agli italiani che, se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo e con poche spese; ma che essi non avranno fatto il loro dovere quanto si limitino a qualche sterile sottoscrizione;

che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati, deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare. Con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di padroni stranieri che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;

che ovunque sono italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere gli animosi, e provvederli del necessario per il viaggio;

che l’insurrezione siciliana non soltanto in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici da combattere.

Io non consigliai il moto della Sicilia, ma, venuti alla mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo aiutarli.

Il nostro grido di guerra sarà: Italia e Vittorio Emanuele. E spero che anche questa volta la bandiera italiana non riceverà strazio”.

Con affetto vostro G.Garibaldi

Poco dopo le 9 di sera, Garibaldi uscì tra due ali di folla da Villa Spinola circondato dai suoi aiutanti, rimanendo sorpreso dalla quantità dei volontari esclamando: “Quanta gente!” , diretto all’imbarco di Quarto. La gloriosa, irripetibile epopea dei Mille iniziava.

Partirono in 1.150, ne sbarcarono in Sicilia 1.069.

Tratto da : BIBLIOTECA STORICA REGINA MARGHERITA PIETRAMELARA (CE)

01.05.2010 – Giuseppe Polito (Direttore)