Richiamo delle truppe napoletane dall’Alta Italia


Richiamo delle truppe napoletane dall’Alta Italia
Guglielmo Pepe alla difesa di Venezia

I fatti del 15 maggio furono anche causa del richiamo delle truppe inviate, agli ordini del Generale Guglielmo Pepe, sul Po, e della flotta inviata nell'alto Adriatico. Al Generale Pepe si ordinava di mandare per via di mare da Rimini a Manfredonia, una parte della fanteria napoletana e di riunire ad Ancona tutte le altre truppe, compreso il reggimento che si trovava già sul Mincio, e di avviarle verso gli Abruzzi. Ai volontari si dava facoltà di unirsi all'esercito pontificio del Generale Durando, fermo sul confine.


Il primo pensiero di Guglielmo Pepe, fu di non ubbidire agli ordini del suo Governo e di passare il Po con le truppe; ma, temendo di non esser seguito, il 22 maggio cedette il comando al Generale Statella, manifestando il proposito di arruolarsi nello Stato Maggiore Sardo di Carlo Alberto. Quello stesso giorno però, spinto dalle esortazioni dei patrioti bolognesi, il Pepe riprese il comando e scrisse a Napoli che era fermamente deciso a non rimandare o ricondurre nel Regno le truppe ai suoi ordini, perché non voleva disonorare le armi napoletane.
Il Governo di Napoli intimò il ritorno immediato, minacciando gli ufficiali di abolire il loro grado e il loro stipendio. La paura fece effetto, tanto che la prima Divisione, obbedendo, si mise sulla via del ritorno. Pepe cercò di trattenerla e pubblicò pure il seguente ordine del giorno:

"Un numero molto considerevole di sotto-ufficiali e soldati della prima Divisione sedotti da agenti austriaci o da pochi sciagurati delle Due Sicilie di basso e turpe animo e nemici veri della Nazione e del Re Costituzionale, hanno osato abbandonar le bandiere. È cosa deplorabile cosa che sono andati con loro anche molti ufficiali, gli uni per malvagità, gli altri forse per la speranza di poter mantenere un qualche ordine tra i rivoltosi. Ad ogni modo io dichiaro che gli ufficiali, sottufficiali e soldati, i quali nello spazio di tre giorni non ritorneranno a Ferrara, saranno considerati come disertori alla presenza del nemico".

Ma anche ciò non servì lo scopo di trattenere l’unità. Al contrario la seconda Divisione, parve dare fiducia al Generale Pepe, il quale “barando” affermava di avere ricevuto contrordine dal Re.
L'8 giugno il 2° e il 3° battaglione di volontari, comandati da Francesco Matarazzo e da Rocco Vaccaro, passarono il Po pronti al combattimento appoggiati da una batteria di artiglieria, ma il 10 giugno, quando il Generale Pepe, con ordine generale chiese alle truppe di concentrarsi su Rovigo, soltanto il 2° battaglione di cacciatori, la 6a compagnia zappatori e pochi altri ufficiali e soldati di altre unità eseguirono l’ordine. I resto delle truppe infatti, si era già sbandato, e quando furono riuniti al comando del Generale Filippo Klein, questi prese la via delle Marche e degli Abruzzi per tornare a casa.
Con i pochi uomini rimastigli fedeli, Guglielmo Pepe decise di portarsi a Venezia per contribuire alla sua difesa. Giunto in laguna, Daniele Manin gli conferì il comando generale delle truppe di terra che difendevano la città.

Alberto Conterio