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La costituzione e la monarchia



La costituzione e la monarchia

di Riccardo Scarpa
Da : L’Opinione - Edizione 82 del 29-04-2008

Le riflessioni sulla “Resistenza” del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, hanno riaffermato, nell’occasione dell’ultimo 25 d’aprile, un profilo alto del garante delle libere istituzioni e della coscienza nazionale. Con quel ricordo rispettoso d’ogni caduto, a prescindere dalla scelta compiuta in momenti difficili, ed al contempo con quel esigere rispetto per la storia, per quanto attenga ai principî fondanti dello Stato libero. Ne risulta la conferma d’un profilo della suprema magistratura dello Stato tanto morale quanto, direi, fisica, da re, quale un Umberto che non avesse patito i risultati referendarî alla Romita e fosse lì, ringiovanito, con una sua naturale tendenza ad una «monarchia socialista», quella ipoteticamente saragattiana e non l’obiettivo polemico del Missiroli prefascista. Detto questo, si consentano dei rispettosi rilievi storiografici, indispensabili proprio per rimarcare i principî fondanti d’un senso di patria che possa essere condiviso appieno. 


Il Capo dello Stato, nel discorso di Genova, avoca alla «Resistenza» il merito d’aver fatto sì che la nuova Costituzione del 1947-48, promulgata da Enrico De Nicola, sia frutto d’un Assemblea costituente eletta a suffragio universale diretto, al contrario delle due altre date alle potenze dell’«asse» sconfitta. Queste ultime, infatti, o sono frutto, come la «Legge fondamentale» della Repubblica Federale di Germania, di opera dei Länder locali sotto controllo delle potenze occidentali, con l’approvazione d’una Consulta costituzionale eletta per modo di dire, oppure, come in Giappone, direttamente date per ispirazione dello stesso generale Douglas Arthur MacArthur, comandante delle forze alleate del Pacifico. Questo avvenne, però, per tre circostanze che debbono essere rese esplicite. Sono le scelte del re Vittorio Emanuele III e del principe Umberto quale luogotenente generale del Regno, nei difficili frangenti fra la fine dell’ultimo governo Mussolini, il 25 luglio del 1943, l’8 settembre successivo e la ricostituzione delle Regie forze armate col I Raggruppamento motorizzato e, poi, Corpo italiano di liberazione.

Queste scelte furono:
1)         la tanto discussa decisione, costituito un Governo che liberasse lo Statuto dalle sovrastrutture fasciste, nelle difficili circostanza generate da modi e forme nelle quali gli anglo-americani resero noto l’armistizio, di «mettere al sicuro» i vertici istituzionali da rappresaglie germaniche per conservare la continuità dello Stato italiano, esattamente come fece Stalin nell’Unione Sovietica, riparando in gelide regioni interne distanti da Mosca per leghe non paragonabili al tiro di schioppo che separa Roma da Brindisi o Salerno, e non prendendo neppure in considerazione di riparare all’estero, come fecero i sovrani d’Olanda o Belgio e fece il generale Charles De Gaulle, per «dirigere la resistenza francese»;
2)         l’allaccio immediato di contatti istituzionali con gli alleati, che perciò non occuparono mai le province sotto controllo del regno, e ne riconobbero la sovranità sui territorî mano a mano liberati, sino a riaccreditare a Roma le rispettive rappresentanze diplomatiche una volta liberata la capitale;
3)         la immediata e spontanea resistenza, checché se ne dica, di molte unità militari agli occupanti germanici nella penisola, nelle isole greche e nei Balcani, e la ricostituzione di Forze armate regolari, combattenti con valore al fianco degli alleati, dalla partecipazione alla battaglia di Montelungo del I Raggruppamento motorizzato, nel dicembre del 1943, alla costituzione del Corpo italiano di liberazione (un corpo d’armata) nell’aprile del 1944, coi Gruppi di combattimento (divisioni) Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova i Piceno, cioè d’un esercito di 413.000 uomini, coadiuvato da una marina di 83.000 uomini e un’aeronautica di 31.000, è a dire di Forze armate che hanno lasciato sul campo 87.000 caduti tra l’8 settembre del 1943 e l’8 di maggio del 1945, alle quali s’aggiungono gli 80.000 militari presenti nelle formazioni partigiane ed i 590.000 internati dai Germanici, poiché rifiutarono con essi ogni collaborazione, pel giuramento reso al Re ed alla Patria.

Tutto ciò ha impedito che lo Stato italiano abbia dovuto subire alcuna «debellatio», cioè annullamento della sua esistenza statuale. Proprio quanto, invece, venne imposto alla Germania rappresentata dall’ammiraglio Karl Dœnitz, per conto del governo d’affari formato dal conte Johann Schweirn von Krosigk per trattare una resa che fu incondizionata. Situazione espressa nella «legge» promulgata, il 25 di Febbraio del 1946, col n°46, da parte del Comitato di Controllo interalleato che dispone: «Lo Stato prussiano, insieme col suo governo centrale ed i suoi ufficî, è abolito». A parte il tono ridicolo dell’enunciato, che è come se gli alleati, nel 1943 o nel 1945, avessero abolito il Regno di Sardegna, sta in fatto che lo Stato italiano, per le tanto discusse scelte politiche del momento di S. M. il Re Vittorio Emanuele III, e del suo governo, non subì una simile «debellatio», e per tanto fu pienamente sovrano nel scegliere come e con quali forme riformare il proprio ordinamento costituzionale. Se, poi, le modalità scelte per decidere la forma di Stato e di Governo furono quelle del referendum e dell’elezione d’un Assemblea costituente, votati per suffragio universale e diretto, ciò lo si deve a decreti legislativi luogotenenziali di Umberto di Savoia.

Infatti re Vittorio Emanuele III, col Regio decreto del 2 agosto 1943, n.705, aveva sciolto la Camera dei fasci e delle corporazioni e dichiarato, così, chiusa la XXX legislatura, ma le elezioni per la nuova Camera si davano per rinviate alla fine delle ostilità, e nelle more il potere legislativo veniva assunto dal governo, con decreti legge, che comunque mantenevano la clausola della presentazione al Parlamento per la conversione. Il sovrano, cioè, si limitò ad agire nell’ambito statutario, in attesa che le circostanze politiche consentissero il normale funzionamento dello Statuto Albertino. È con la nomina d’Umberto a luogotenente generale del Regno, che quest’ultimo, alla fine di tutto un processo politico, con decreto legislativo luogotenenziale del 25 giugno del 1944, n°151, che onestamente gli editori dovrebbero pubblicare a premessa storica della Costituzione vigente, si prevede l’elezione a suffragio universale diretto dell’Assemblea costituente e lo svolgimento del referendum sulla forma istituzionale dello Stato.

Quindi, la nazione ha scelto liberamente le sue forme costituzionali per due fatti storici concreti: la permanenza dello Stato sovrano nato dal Risorgimento, procurata da scelte, rivelatesi opportune e corrette, colle quali Re Vittorio Emanuele III ha concluso il suo lungo regno; una volontà politica democratica, rappresentata con fedeltà dalla luogotenenza e dal breve regno di Umberto II.
Se, poi, un personale politico miope, nelle sue visioni di prospettiva storica, tiene ancora le ossa dei protagonisti lontane dal Pantheon risorgimentale, ciò lo si deve alla mancanza di coraggio con cui lor signori affrontano ogni giorno quel referendum diuturno che, come scriveva Ernest Rénan, è la nazione: il sentimento della quale, proprio per questo, continua a perdere il referendum ogni giorno, esclusi quelli in cui gioca la nazionale.


Ci impedirono di chiudere le porte al Fascismo



Ci impedirono di chiudere le porte al Fascismo

di Ivanoe Bonomi

Resero possibile la marcia su Roma
Rivelazioni di Bonomi sul tentativo di Turati nel 1922

Intorno alla marcia dei fascisti su Roma compiuta Il 28 ottobre 1922 molto si è scritto e molto si è documentato. Ma poco invece si sa circa Il contegno del mondo parlamentare e circa la sua inopinata inerzia prima e dopo l'avvenimento. Si tenga presente che nel 1922 la Camera dei Deputati comprendeva, di fronte a una trentina di deputati fascisti, oltre un centinaio di deputati popolari (gli attuali democristiani), altrettanti socialisti di tendenza democratica e parecchie decine di democratici di tutte le tinte, dal cosiddetti democratici sociali al democratici liberali. Dunque nella Camera dei Deputati (e altrettanto deve dirsi per il Senato) una forte maggioranza avrebbe potuto opporsi ai metodi violenti adottati dal fascisti e costituire tempestivamente un argine contro il loro dilagare e contro i loro piani insurrezionali. Perché non si è tentata una difesa sul terreno parlamentare? Perché la Corona non ha trovato nel Parlamento lo strumento atto a reprimere un movimento che apertamente confessava dì volersi impadronire con la forza dello Stato?
A queste domande occorre dare qualche risposta.


E' risaputo che nel dopoguerra 1919-1922 l'instabilità del governo era diventata un pericolo mortale per il regime parlamentare. In brevi anni l'Italia aveva visto succedersi al ministero Orlando i ministeri Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta e aveva assistito a crisi lunghe ed estenuanti dove il prestigio dello Stato veniva compromesso e abbassato nelle più meschine diatribe e nelle più miserevoli gare. La radice del male era nel rifiuto a collaborare di una grossa frazione della Camera: il gruppo socialista, che già costituito da quasi un terzo dell'assemblea prima delle elezioni del 1921, era pur sempre rimasto, per il suo numero e per la sua combattività oppositrice, l'elemento determinante della situazione. La presenza di questo gruppo sempre schierato per la sua intransigenza dottrinale all'opposizione, permetteva a tutti i gruppi e i gruppetti della Camera di giuocare a cuor leggero al rovesciamento del Gabinetto, con uno di quelli assalti alla diligenza dove chi attaccava sapeva d'aver sempre alleate le formidabili forze dell'estrema sinistra. Da ciò non solo nasceva il discredito del regime parlamentare con il pullulare di invocazioni alla dittatura (considerata come un rimedio alla crisi perpetua dello Stato), ma derivava anche una irrimediabile debolezza di tutti i Governi che, nati provvisori e vissuti nella precarietà della situazione, non potevano fare alcun atto di forza e neppure infondere energia e risolutezza alle loro burocrazie sfiduciate e disorientate.
Nel luglio del 1922 questa situazione parve doversi chiarire. Una discussione sulla politica interna del Gabinetto Facta aveva avuto per argomento il pericolo fascista, la necessità conclamata di ristabilire il rispetto della legge, la deplorazione delle violenze antiche e recenti di cui il fascismo era apertamente dichiarato responsabile. I 253 voti contrari, contro 89 favorevoli, con cui la Camera votava contro il Governo nella seduta del 19 luglio 1922, significavano che coloro che si erano decisi a condannare il Governo per la sua politica interna erano anche decisi a volere una politica contraria, cioè una politica di difesa energica delle libertà fondamentali dello Stato. E poiché in quei 253 voti di maggioranza avevano confluito popolari (democristiani) e socialisti insieme ad alcune frazioni liberali e democratiche, era logico che il nuovo Governo dovesse essere fondato su queste forze e dovesse essere l'espressione genuina della nuova maggioranza.
Ma la realtà fu purtroppo diversa.
Il primo uomo politico a cui la Corona, sulla designazione dei capi gruppi politici, confidò l'incarico di formare il nuovo Governo fu l'on. Orlando. Egli naturalmente lavorò nel solco tracciato dal voto del 19 luglio. Ma avendo opinato di tentare un ministero di conciliazione nel quale fossero rappresentati a destra i fascisti e a sinistra i socialisti Orlando incontrò le nette ripulse dell'una e dell'altra parte. Effetto di queste ripulse fu la sua decisione di declinare l'incarico nel pomeriggio del 24 luglio.
Io ero in quel momento a casa ad attendere dai giornali del pomeriggio le notizie della crisi, quando inaspettatamente venne a trovarmi I' amico Filippo Turati. Le varie vicende della vita socialista italiana avevano allentati i legami che un tempo ci avevano strettamente avvinti; ma rimaneva fra noi una amicizia profonda maturata in lunghi anni di collaborazione cordiale ed assidua. Egli aveva per me l'affetto d'un fratello maggiore e giudicava con imparziale serenità la mia opera nel Governo e nel Parlamento. Della mia opera sulla fine del 1921, in difesa delle organizzazioni proletarie contro la violenza fascista, egli dava un giudizio favorevole. Aveva approvato l'organizzazione difensiva affidata per la bassa valle padana da me, allora Presidente del Consiglio, ad un prefetto di polso, il Mori (che fu poi inviato in Sicilia a combattervi la mafia), e di quella difesa vigile e pronta (con una specie di «Celere» avanti lettera) aveva riconosciuta l'efficacia. Così egli sempre levato contro le malevoli voci, provenienti da qualche settore deteriore della Camera, che accusavano me e Giolitti di aver armato i fascisti con le armi dell'esercito: sciocche storielle che uscivano dalla malignità per finire nel ridicolo.

Ma l'improvvisa visita dei Turati aveva un ben determinato fine. Egli mi avvertì subito che ormai alla Camera si dava per certo che, dopo il ritiro dell'on. OrIando la Corona si sarebbe rivolta a me per affidarmi l'incarico di costituire il nuovo ministero e pertanto occorreva intendersi circa la soluzione da darsi alla crisi. Per suo conto, e precorrendo le deliberazioni del suo gruppo parlamentare egli riteneva doversi costituire un Gabinetto poggiato sulle forze espresse nel voto del 19 luglio, dove, tranne i voti fascisti dati per motivi di opportunità tattica, si erano raccolti in blocco popolari, socialisti, e democratici.

Io risposi subito al Turati che condividevo interamente la sua valutazione della situazione parlamentare, e che avrei ritenuto inutile anzi dannoso costituire un Gabinetto non rispecchiante tutta la nuova maggioranza. Infatti un Gabinetto che fosse sorto su basi malferme e con la continua sistematica opposizione dei socialisti non avrebbe avuto la forza di resistere all'impetuosa ondata fascista e si sarebbe, come i ministeri precedenti, logorato in una debolezza congenita distruttrice dell'ultima residua autorità dello Stato. Ma che avrebbero fatto i socialisti nella presente situazione?

Filippo Turati non lasciò finire la domanda senza rispondere immediatamente e con estrema chiarezza. Egli mi disse che i più autorevoli socialisti ritenevano ormai che un'opposizione perpetua diretta a combattere tutti i ministeri avrebbe finito per fare il giuoco dei fascisti; che occorreva pertanto uscire dalla sterile intransigenza che il rivoluzionarismo massimalista aveva fatto prevalere, e che, con una chiara aperta decisione di appoggiare un Governo dì difesa, si sarebbe potuto entrare nella maggioranza per sostenervi l'opera del Gabinetto.

Naturalmente io chiesi se questo appoggio, che Turati mi assicurava potersi concretare in un impegno scritto di quasi cento deputati socialisti, potesse arrivare fino alla partecipazione di qualche autorevole socialista al Gabinetto. Tale partecipazione, non solo avrebbe legato di più il gruppo al Governo, ma avrebbe dato la sensazione precisa al Paese che i socialisti, già sospettati d'essere elementi di disordine e di sovversione, accettavano le responsabilità del potere disposti a far rispettare da tutti, anche da loro stessi, le leggi dello Stato.

Qui Turati fu preciso e esplicito. Personalmente egli era del mio avviso che il passo dovesse farsi e che la fobia del potere non dovesse durare. Un grande partito con un fortissimo gruppo parlamentare non può a lungo, per ideologie rivoluzionarie inconcludenti, escludersi dal Governo. Ma tale era la resistenza delle vecchie formule, l'ossequio alle antiche tradizioni, che un mutamento così radicale non avrebbe avuto fortuna. Bisognava pertanto accontentarsi di un preciso, chiaro, irrevocabile impegno di sostenere il Governo votando per lui nei voti politici del Parlamento.

Io mi arresi alle esortazioni del Turati. Avrei fatto un governo di sinistra con l'appoggio dei socialisti ma senza la presenza dei socialisti. Programma: la difesa contro l'ondata di illegalità e di violenza che abbatteva le organizzazioni politiche ed economiche degli avversari del fascismo e minacciava lo Stato di un colpo di mano rivoluzionario.

Intanto, durante la conversazione, il telefono squillava. Era il generale Cittadini che mi convocava al Quirinale per invito del Re. Indubbiamente si trattava dell'incarico ufficioso preannunziatomi dal Turati.
Andai dal Re con l'impressione vivissima del mio colloquio col «leader» socialista. Sebbene fosse nelle consuetudini che, all'invito del Re, l'incaricato si riservasse di dare una, risposta dopo il necessario sondaggio parlamentare, io, bruciando le tappe, gli riferii subito la mia conversazione col Turati dichiarandogli che, pur di fare un Governo con una salda maggioranza, avrei accettato l'adesione socialista benché diminuita della loro non partecipazione al Governo. Di ciò il Re si mostrò contentissimo. Era da tempo che egli deplorava l'instabilità delle maggioranze parlamentari, il loro rapido farsi e disfarsi la loro isterica mutabilità che contribuiva alla debolezza del Governo e alla sua perpetua perplessità. La nuova soluzione, pur non essendo ancora l'ingresso dei socialisti al potere, ne era il preludio. Forse un preludio breve che avrebbe terminato col trionfo della logica. Ad ogni modo il Re incoraggiava il mio tentativo e, uscendo dal consueto riserbo, mi augurava calorosamente di riuscire.
Non posi indugi alla difficile opera. Rividi subito il Turati, che aspettava, nel mio studiolo, il mio ritorno. Conferii con alcuni eminenti popolari. Anche il loro gruppo (il gruppo democristiano come si direbbe ora) era favorevole al tentativo pur non dissimulandosi le gravi difficoltà. L'on. Meda, che ne era il «leader», mi dava pubblicamente il suo incoraggiamento. Né insuperabili ostacoli opponevano i gruppi democratici sebbene le loro rivalità personali rendessero difficili, le intese.

Sennonché nel giorno successivo tutto quell'edificio crollò dalle fondamenta. Il gruppo socialista, sulla cui avvedutezza aveva contato il Turati, non volle arrendersi alla dura realtà. I massimalisti, ipnotizzati dal grande sogno di una vicina palingenesi, per la quale occorreva mantenersi immuni da contatti impuri, avevano silurate le intese e rese impossibili le più ragionevoli soluzioni. Quando, il mattino successivo, Turati, ormai scoraggiato per l'esito della sua vana battaglia, mi condusse a casa gli interpreti autorizzati del gruppo socialista, capii subito che la partita era perduta. L'on. Modigliani, incaricato egli non massimalista, di spiegare e attenuare le intransigenze dei suoi amici di sinistra cercò di medicare la ripulsa con questo surrogato il Governo avrebbe contato, volta a volta sul benevolo atteggiamento dei socialisti senza però che questi prendessero un preciso impegno di appoggiarlo in tutta in sua opera nella continuità della sua azione.

Era una proposta inaccettabile. Nell'ora tragica che si attraversava, mentre Mussolini minacciava alla Camera la guerra civile qualora si volesse arrestare il suo movimento, fondare un Governo sulla eventuale benevola accoglienza di un grosso gruppo parlamentare diventava una avventura da disperati.

Invano io dimostrai che l'ora non consentiva mezze misure che il pericolo era mortale e che per evitarlo occorreva superare le formule antiche del l'intransigenza rivoluzionaria. Alle mie esortazioni e a quelle accorate di Filippo Turati, che fu, per suo destino, un veggente inascoltato, si rispose che i socialisti avevano diritto, per la Carta costituzionale, d'esser difesi nelle loro persone e nelle loro cose, senza che per tale difesa essi dovessero deflettere dalla intransigente custodia della loro verginità politica che non ammetteva né connubi, né stabili accostamenti.

Nella serata del 26 luglio io riferii al Re le difficoltà incontrate e la mia inclinazione a deporre l'incarico. II Re ne fu sinceramente rammaricato, contava molto sul nuovo e sperato atteggiamento dei socialisti e aveva fiducia nella loro resipiscenza. Perciò mi esortò a tenere il mandato per fare nuove insistenze e nuovi tentativi. «Chiami», mi disse, «questa notte i suoi amici socialisti e veda di persuaderli ».

L'attesa non ebbe successo. Le mie nuove insistenze non ebbero risultato. La corrente massimalista teneva in soggezione il gruppo socialista e anche nobili spiriti (che di li a poco dovevano far parte da sé) non sapevano ancora ribellarsi alla sua tirannia.
Nel giorno di mercoledì 26 io andai dal Re per declinare definitivamente il mandato.
Il Re interpellò alcuni parlamentari di primo piano, come Luigi Meda e Giuseppe De Nava, poi nell'impossibilità di creare una situazione nuova, richiamò Luigi Facta che rifece un Gabinetto destinato a brevissima vita.
Così, a poco più di tre mesi dalla marcia fascista su Roma, nasceva si svolgeva e finiva l'estremo tentativo di opporre dal di dentro (dal Parlamento e dallo Stato) un argine solido al dilagare della violenza fascista.

Mancato quell'argine per l'incomprensione di quelli stessi che dovevano per primi esserne sommersi, l'ondata fascista non trovò alcuna barriera e quando il 28 Ottobre 1922 essa inviò le cosiddette legioni su Roma trovò la strada aperta e tutti i poteri dello Stato o inefficienti o travolti.
Ivanoe Bonomi

da Europeo 7 novembre 1948, pag 5

SM la Regina Margherita di Savoia - Icona dell’Italia unita



SM la Regina Margherita di Savoia
Colta e comunicativa, icona dell’Italia unita

di Giuseppe Galasso
16 giugno 2011

L'Italia dei tempi di Margherita apparve, a nazionalisti e fascisti, come una Italietta dimessa e modesta rispetto alle attese risorgimentali. Lo si diceva sul piano diplomatico e militare (Custoza e Lissa nel 1866, Adua nel 1896) ma anche per una permanente conflittualità interna; per la torrenziale emigrazione dilagata dagli anni 70; per la grande distanza tra il «Paese reale» e il «Paese legale»; per la bassa opinione della politica come non adatta alle persone perbene; per la diffusione
di tendenze e movimenti protestatari o anarchici o estremistici; per le continue agitazioni e disordini che diffusero un'idea dell'Italia come Paese instabile, inadatto a un libero regime.
Eppure quell'Italietta, fino al 1876 con la Destra, poi con la Sinistra, fu subito audace anche in politica estera, potenziò molto le sue attrezzature e infrastrutture e modernizzò la sua struttura amministrativa, legislativa e culturale, pur non riuscendo a risolvere problemi essenziali come quello del Mezzogiorno.
Di questa Italia, dal 1878, fu regina Margherita di Savoia, nata nel 1851, primogenita del duca di Genova Ferdinando di Savoia, fratello di Vittorio Emanuele II e di Maria Elisabetta di Sassonia, dall'aprile 1868 sposata al cugino di primo grado Umberto, figlio ed erede di Vittorio Emanuele II, nato nel 1844. Le nozze furono celebrate a Torino per dare alla città, privata dal 1864 del suo status di capitale, un segno del permanere dei legami con i Savoia. Analoga fu la decisione di far nascere a Napoli, allora la maggiore città italiana e anch'essa dal 1860 non più capitale, l'unico figlio dei Sovrani, il futuro Vittorio Emanuele III, quasi a simbolo di un forte rapporto con la nuova dinastia.


Il matrimonio fu poco felice. Umberto aveva da tempo una liaison con la duchessa Eugenia Litta, più anziana di lui di sette anni. Per questo e per altro, Margherita si decise ben presto a una pratica separazione dal marito, per cui i coniugi ebbero una vita a sé, che per la Regina fu irreprensibile e dignitosa, mentre Umberto ebbe ancora altri amori tra cui, negli anni 90, in gara con la Litta, la contessa Vincenza Sforza Cesarini. Nella vita pubblica le cose, invece, non cambiarono, e Margherita restò sempre accanto al marito, applicandosi con grande cura al suo mestiere regale.
In questo «mestiere» Umberto e Margherita si prodigarono, viaggiando un po' in tutto il Paese, sempre con grande successo.
Ovunque Margherita risplendeva per la sua giovinezza, bellezza, eleganza, gentilezza di modi, cultura, per la sua religiosità sincera e fervente ma discreta, per la sua attività assistenziale e di beneficenza, per la sua capacità e abilità discorsiva e comunicativa. Vero è che ella nutriva un'idea tradizionalistica e paternalistica della monarchia, poco vicina al regime parlamentare ormai radicatosi in Italia. Le sue simpatie andavano, perciò, alla Destra più conservatrice e privarono
lei e il Re di una valida percezione della realtà italiana.
I due Sovrani svolsero, comunque, una notevole funzione storica. Con essi i Savoia divennero una dinastia davvero italiana e tale sentita e giudicata, offrendo a un Paese di recente unità, con una grande varietà di tradizioni e di memorie regionali, simboli unificanti che diffusero il sentimento nazionale anche a livello delle masse. E in ciò, indubbiamente, la parte di Margherita fu, accanto al Re, decisiva. Il loro regno, dal 1878 al 1900, si può ben distinguere in due fasi alquanto diverse. Gli anni 80 furono agitati ma alquanto innovativi e di consolidamento della nuova Italia.
Gli anni 90 videro, invece, crisi e difficoltà, culminate nelle agitazioni del 1898, represse con grande spargimento di sangue; e fu in questo clima che il 29 luglio 1900 l'anarchico Gaetano Bresci uccise a Monza il Re.
Durante il suo regno con Umberto, Margherita rese brillante la vita di corte, come non era stata prima con Vittorio Emanuele II, né sarebbe stata dopo con Vittorio Emanuele III, corte alla quale legò anche l'«aristocrazia nera» di Roma e connotò notevolmente la vita sociale oltre che quella ufficiale e cerimoniale del Paese. Si parlò, per questo motivo, negli anni 80 e 90 dell'800, di un «margheritismo», che certo non lasciò tracce consistenti, anche se Margherita, cui andò
l'omaggio di molti poeti, artisti e scrittori - fra i quali il Carducci - non fu mai dimenticata.
Dopo la morte del marito, ella tenne con discrezione anche il ruolo di regina madre. Alla fine si stabilì a Bordighera, dove fece costruire Villa Margherita e si spense nel 1926. Aperte furono le sue simpatie per i Fasci e per Mussolini, che le ricambiava anche per il suo interesse a mostrarsi in accordo con la madre del Re regnante.
Ai funerali, prima a Bordighera e poi, in forma solenne, a Roma, si confermò la grande popolarità di Margherita: il trasporto della salma si trasformò in una marcia trionfale verso l'apoteosi della sepoltura nel Pantheon, dove già riposava Umberto I.

Tratto da : Corriere della Sera

Il Rex alla conquista del Nastro Azzurro



Il Rex alla conquista del Nastro Azzurro

Il 1° agosto 1931 Vittorio Emanuele III e la moglie Elena vararono il leggendario transatlantico. Entrato in servizio l'anno dopo, nell'agosto 1933 attraversò in quattro giorni l'oceano, vincendo il «Blue Ribbon» ed entrando così nella leggenda. Trasformata nel '40 in nave ospedale, fu affondata nel 1944 dagli aerei inglesi nel golfo di Trieste

di Enrico Silvestri
31 luglio 2013

Mitica è rimasta la scena della folla di residenti e turisti al largo delle coste di Rimini in attesa del Rex, più famoso transatlantico al mondo, vincitore del Nastro Azzurro. Eccolo comparire in un tripudio di sirene, schizzi d'acqua, luci e saluti. Peccato sia una scena totalmente inventata dall'immaginifico Fellini nel suo «Amarcord» perché mai la nave aveva attraversato l'Adriatico. O meglio lo fece una volta sola, alla chetichella, per andarsi a nascondere nel golfo di Trieste dove sperava, inutilmente, di nascondersi alle incursioni aeree degli Alleati. Fu infatti avvistato, bombardato e affondato l’8 settembre del 1944. Ponendo fine a una gloriosa carriera iniziata appena 13 anni prima.


Era infatti il 1° agosto 1931 quando il re Vittorio Emanuele III, a cui era dedicato, e la consorte Elena, madrina della cerimonia, facendo volare la classica bottiglia di champagne dietro vita alla leggenda. Anche se per la prima crociera bisognerà attendere ancora un annetto. Il transatlantico era stato commissionato dalla «Navigazione Generale Italiana» ai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente che iniziarono la costruzione il 27 Aprile 1930. Doveva rappresentare la potenza fascista e per questo non vennero lesinate energie, uomini, mezzi e soprattutto quattrini. Il progetto, redatto dall'ingegnere Achille Piazzai, fu rivisto più volte e infine fatto visionare ai tecnici tedeschi che avevano costruito il Bremen e l'Europa, i migliori transatlantici dell'epoca.

Il risultato fu imponente. Con i suoi 268 metri di lunghezza e 31 di larghezza e una stazza di oltre 50mila tonnellate divenne la terza nave più grande al mondo. E in Italia sarà superata solo nel 1991 dalla Costa Classica. Il suo apparato motore era costituito da quattro gruppi di turbine che azionavano altrettante eliche a 4 pale, di circa 5 metri di diametro. Narra la leggenda che fossero così equilibrate da poter essere mosse dalla forza di un unico uomo. La potenza dichiarata dall'Ansaldo, ma solo per confondere la concorrenza, era di 120mila cavalli, in realtà sembra potesse arrivare fino a 142mila. Poteva trasportare fino a 3.800 persone tra 756 uomini d'equipaggio e 3.014 passeggeri: 604 in prima classe, 378 in seconda, 410 nella turistica e 866 in terza.
Il 22 settembre 1932, completato in ogni sua parte, compresi gli splendidi arredi, fu consegnato alla «Navigazione Generale Italiana» nel frattempo diventata «Italia Flotte Riunite» dopo la fusione con la Lloyd Sabaudo e la Cosulich. Il viaggio di inaugurazione iniziò il 27 settembre 1932 al comando di Francesco Tarabotto, con 1.872 passeggeri a bordo. L'inizio fu però pessimo. Un problema alla centrale elettrica di bordo rese pressoché ingovernabile il timone, costringendo il capitano a uno sosta forzata a Gibilterra dove attendere i pezzi di ricambio con cui riparare il guasto. Molti passeggeri preferirono allora prendere il treno e trasferirsi in Germania, per fare il viaggio sul più affidabile Europa. Quando giunsero a New York trovarono però il Rex all'ancora nel porto di New York.

L'anno dopo, ampiamente rodati equipaggio e parti tecniche, il Rex partì alla conquista del Nastro Azzurro il «Blue Ribbon», riconoscimento attribuito alla nave passeggeri che avesse attraversato l'Atlantico, in regolare servizio e senza scali, nel più breve tempo possibile. Non proprio una gara di pura rapidità, poiché le navi seguivano rotte (e distanze) diverse veniva infatti calcolata la velocità media giornaliera. Il transatlantico, sempre al comando del capitano Tarabotto, salpò da Genova alle 11.30 del 10 agosto 1933 e, doppiato lo stretto di Gibilterra, venne «preso il tempo». Dopo quattro 4 giorni, 13 ore e 58 minuti la grande nave da crociera entrava trionfalmente nella baia di New York, avendo coperto le 3.181 miglia a una media di 28,92 nodi all'ora. Togliendo così il trofeo proprio al famoso Europa. Il Rex mantenne il «Nastro Azzurro» per un paio d'anni fino a quando il 3 giugno 1935 non dovette cederlo al francese Normandie, al suo viaggio inaugurale. Il successo dell'impresa fu comunque tale che la Zanussi chiese, e ottenne, di creare una linea di elettrodomestici con il nome «Rex».

Allo scoppio della guerra, anche il Rex fu «chiamato alle armi». Lo Stato Maggiore della Marina inizialmente pensava di trasformarlo in portaerei, imbarcazione che mancò sempre alla flotta italiana e fu causa delle cocenti sconfitte subite dalla marina inglese. Ma non se ne fece nulla e la nave fu adibita a trasporto feriti dal Nord Africa. Inizialmente mantenne la sua base a Genova, ma dopo il bombardamento della città da parte delle unità francesi il 14 giugno 1940 venne deciso il trasferimento nel più sicuro golfo di Trieste. Qui però venne individuato e attaccato dalla Raf l8 settembre del 1944. Colpito da 123 razzi, il Rex bruciò per quattro giorni prima di rovesciarsi su un fianco e inabissarsi. Dopo la guerra fu considerata la possibilità di recuperarlo ma, visti i costi proibitivi, venne in parte smantellato tra il 1947 ed il 1958.

Sparito il Rex rimase però la leggenda di quel viaggio straordinario dell'agosto del 1933, entrato stabilmente nell'immaginario collettivo italiano. Nel 1973 Federico Fellini nel suo «Amarcor» («Mi ricordo» in dialetto romagnolo) ambientato a cavallo del 1932 e 1933, inserì un fantomatico passaggio notturno del transatlantico al largo di Rimini, salutato da una piccola folla imbarcata su natanti di ogni tipo. In realtà il Rex nei otto anni di attività aveva sempre e solo solcato le acque del Tirreno. Quelle dell'Adriatico le attraversò unicamente negli anni Quaranta, in gran segreto, per rifugiarsi a Trieste nella vana speranza di sfuggire alla distruzione. Ma questo è un «misero dettaglio storico», con cui la leggenda del Rex non ha certo bisogno di confrontarsi.

Tratto da : www.ilgiornale.it/