Colonialismo all’italiana

Colonialismo all’italiana

da : “La lettera del giorno”
3 aprile 2011

Ho letto con emozione l’articolo di Fubini sui maratoneti di Addis Abeba. Mio padre, napoletano, classe 1908, mi narrava di una città foresta, sospesa a più di 2000 metri sul tetto del mondo, dove in un giorno solo si attraversano le quattro stagioni, a due passi dalle nuvole, solcata da fiumi caldi e freddi, uccelli colorati di giorno e lugubri risate di iene lontane la notte. 


Questo era il suo racconto di Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia, vista dai suoi occhi dal 1935 al 1941. Sull’onda dei ricordi di mio padre sono sbarcato ad Addis Abeba e ho lavorato, faccio spettacoli per bambini presso l’Istituto italiano di cultura e la Scuola italiana. E' vero, nonostante gli errori e gli orrori ad Addis Abeba ci amano ancora. Usano le nostre parole: piazza e cerchioni, portafoglio e tunnel, ma anche bicicletta e lampadina... Nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, avevo 4 anni ma ricordo nitidamente la commozione di mio padre nel vedere il minuscolo maratoneta Abebe Bikila trionfare scalzo nella gara più importante: la maratona. Da lì nasce la grande tradizione dei maratoneti etiopi.

Paolo Comentale, Bari

Risponde Sergio Romano
Caro Comentale, Un altro lettore, Giulio Guidotti, ci ha scritto una bella lettera (troppo lunga per essere qui pubblicata) sulle sue esperienze libiche, dapprima con la sua famiglia tra il 1946 e il 1952, poi come rappresentante della Fiat fra il 1972 e il 1980. Guidotti parla del buon ricordo lasciato dagli italiani, dei suoi compagni libici di scuola, dei molti educati in Italia che «si inserirono nell’amministrazione di re Idris a grande livello». Le due lettere confermano che vi sono state nel corso del Novecento, non soltanto in Italia, due storie del colonialismo radicalmente diverse. Per gli scrittori della prima storia, il colonialismo italiano era stato umano, bonario, tollerante, educatore, costruttore di preziose infrastrutture, veicolo di civiltà. Per gli scrittori della seconda era stato feroce, razzista, vendicativo, insensibile alle esigenze della popolazione locale. La prima storia circolò sino alla fine degli anni Sessanta e dette a molti italiani la piacevole sensazione di potere pensare che il loro colonialismo fosse stato profondamente diverso da quello delle altre maggiori potenze imperiali. La seconda divenne verità all’iniziò degli anni Settanta ed è per molti versi il risultato del grande cambiamento culturale e generazionale del ’68. Come tutte le storie ideologiche anche queste sono state, nel momento della loro maggiore diffusione, inattaccabili. Chiunque osasse metterle in discussione avanzando dubbi o citando episodi che non andavano d’accordo con la tesi corrente, rischiava di essere considerato, rispettivamente, traditore della patria o fascista. Qualcosa del genere è accaduto a proposito del trattamento subito dagli ebrei in Italia. Fino agli anni Sessanta gli italiani venivano lodati e ringraziati per la loro umanità soprattutto durante la guerra. Dopo la fine degli anni Sessanta andò di moda sostenere che erano quasi tutti antisemiti. La sua lettera e quella di Guidotti, caro Comentale, hanno il merito di ricordarci che le storie ideologiche rispecchiano gli umori e i malumori del tempo, ma trasmettono una versione parziale e deformata del passato. Vi sono pagine della loro storia coloniale di cui gli italiani non devono vergognarsi.

Tratto da : www.corriere.it/