La battaglia di Goito - 30 maggio 1848

La battaglia di Goito - 30 maggio 1848

Dopo le sconfitte di Pastrengo e di Santa Lucia, Gli austriaci si erano fatti più prudenti, e si erano dovuti battere con esito alterno in una serie di scontri minori con le truppe volontarie venete appoggiate dai regolari pontifici a Stretta di Ospitale, Cornuta, Vicenza e Ponte Caffaro.
Il 27 maggio il Feldmaresciallo Radetzky con l’intenzione di riprendere l’iniziativa, uscì da Verona diretto verso Mantova. Per raggiungere il capoluogo virgiliano fece un ampia manovra marciando a sud, in modo da aggirare le posizioni sarde a Villafranca. Giunto a Mantova la sera del 28 maggio Radetzky si accampò a San Giorgio. Il 29 fece avanzare circa 20mila uomini (19 battaglioni di fanti, appoggiati da 2 squadroni di cavalleria e 52 cannoni da campagna) verso Curtatone e Montanara. Queste località, erano presidiate dal contingente toscano formato da volontari, 6 mila uomini circa (in gran parte studenti) e munito di soli 3 pezzi d’artiglieria. Gli austriaci però, prima di aver ragione dei toscani, dovettero registrare una strenua e inaspettata resistenza, che al prezzo di 166 morti, 510 feriti e 1.186 prigionieri, rallentò la loro marcia, dando il tempo all'esercito piemontese di concentrarsi su Goito, chiave di volta del settore. La resistenza, costò agli Austriaci ben 1.000 fra morti e feriti, e si fecero ancora più prudenti. È così che Radetzky nella circostanza commise l’errore di inviare ben 12mila uomini al comando del d’Aspre del II Corpo in una lunghissima e inutile manovra aggirante, sulla direttrice Rodigo - Ceresara, sottraendoli in tal modo alle forze disponibili sul campo, tanto che giunsero a Goito a cose fatte, senza la possibilità di far valere la loro forza. Ciò sarebbe stato decisivo nello scontro che ci sarebbe stato.


La somma di questi ritardi, permisero a Carlo Alberto di prepararsi alla manovra aggirante preparata dal Radetzky, e di combattere su Goito con 23mila uomini circa contro, almeno inizialmente solo una frazione dell’armata austriaca.

La difesa di Goito era un imperativo per i sardo-piemontesi, tenuto conto che un eventuale arretramento avrebbe compromesso il transito sul Mincio, tagliando fuori la metà dell’esercito sulla sinistra del fiume ovvero tutte le posizioni conquistate nell’ultimo mese.
Lo schieramento era stato completato a mezzogiorno, e da Goito andava alla frazione di Cerlongo, in direzione di Brescia, con alle spalle il nodo viario di Volta, circa 7 km più indietro.
Lo schieramento, raccolto affrettatamente da Bava, che riconosceva l’assoluta necessità di mantenere quella posizione, avrebbe potuto essere più corposo se l’esercito piemontese non si fosse tanto sbilanciato in avanti nelle ultime settimane, ma comunque si contavano 21 battaglioni di fanteria, 23 squadroni di cavalleria e 56 cannoni da campagna. Circa 23mila uomini quindi, tutti del 1° corpo, e della divisione di riserva. Mancava all’appello la brigata Regina, 2 dei 5 battaglioni della brigata Cuneo, tre dei cinque battaglioni della brigata Acqui, che non fecero in tempo a raggiungere il campo di battaglia. L’intero 2° Corpo d’Armata infatti (del Generale De Sonnaz), era schierato all’assedio di Peschiera ed alla protezione del fronte settentrionale. Si trattava, insomma, di poco più della metà dell’esercito che Carlo Alberto aveva portato alla campagna.
Le truppe vennero fatte marciare da nord verso Goito, man mano che le esplorazioni confermavano l’assenza di avanguardie austriache, attardate, come si è visto, a Curtatone.


Giunta in loco, venne divisa in cinque gruppi principali:
•    all’estrema destra due dei tre reggimenti di cavalleria, insieme a molti bersaglieri, ad evitare eventuali tentativi di aggiramento
•    a destra, su Cerlongo, stava la brigata Cuneo (solo 3 dei 5 battaglioni)
•    a sinistra, sino a Goito, stava la brigata Casale, sostenuta dalla brigata Acqui (solo 2 dei 5 battaglioni) più un piccolo battaglione napoletano di volontari
•    all'estrema sinistra Goito era occupata da due battaglioni, fortificata e protetta da numerosa artiglieria, e veniva ad appoggiarsi al fiume.
•    in seconda linea, sulle alture dette “dei Somenzari”, la brigata Aosta, la brigata Guardie e una forte riserva d'artiglieria
Tutto ciò però, non sarebbe certo stato sufficiente a parare il colpo, se Radetzky avesse portato tra Goito e Cerlongo l’intero esercito che si era trascinato da Verona che aggiunto ai 7 battaglioni di Mantova, poteva contare su 37 battaglioni di fanteria, 27 squadroni di cavalleria e ben 88 cannoni da campagna. Circa 44mila uomini. 
Così quando l’esercito austriaco si presentò dinanzi alle forze piemontesi del Generale Bava poteva contare solo sul I Corpo del Wratislaw, rinforzato di alcune unità del II Corpo e seguito dalla divisione di riserva del Wocher. In tutto, probabilmente, 29mila uomini.
Il resto, come abbiamo visto, manovrava a distanza in un lungo giro sulla lunga strada per Rodigo - Ceresara, mirando ad aggirare le linee sarde sulla direttrice Ceresara - Guidizzolo - Manovra che non avrebbe mai raggiunto l’obiettivo.
Il 30 maggio quindi, Carlo Alberto, dal suo punto di osservazione sulla collina detta “dei Somenzari”, vide arrivare le truppe del Wratislaw che marciavano lungo la direttrice Sacca - Goito.
Giunte in prossimità del punto di attacco, le colonne si arrestarono, vennero raggiunte dalle retrovia dall’artiglieria e dalla cavalleria, ma impiegarono molto tempo per schierarsi sul terreno intricato di colline e coltivazioni della zona.
L’assalto iniziò così molto tardi, verso le 15.00, contro la sinistra del Bava, appoggiata su Goito, e venne annunciato da un nutrito fuoco d'artiglieria. I piemontesi risposero accuratamente con il tiro preciso di 14 pezzi. Il Bava staccò truppe dal centro e fece passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi con il compito di prendere il nemico sul fianco. In tal modo l'attacco austriaco venne cinque volte ripetuto e cinque volte respinto.
Poco dopo cominciò anche l’assalto delle brigate Wohlgemuth e Strassoldo alla destra sarda. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e alcuni battaglioni della brigata Cuneo presero a ripiegare. Gli Austriaci giunsero ad impadronirsi delle prime case di Cerlongo.
A quel punto però l'artiglieria sarda, giunta dalle retrovie, venne finalmente portata in batteria e sostenne la fanteria con un nutrito fuoco di sbarramento. L’avanzata austriaca si arrestò.
La brigata Aosta, posta in seconda linea, fu mandata a tappare la falla, recuperando il terreno perso. Intervenne anche l’Aosta Cavalleria ed il Nizza Cavalleria, all’inizio della battaglia schierate sul centrale poggio “dei Somenzari”, accanto ai Carabinieri a cavallo.
L’azione consentì di interrompere l’aggiramento del Radetzky, ricacciandone indietro le avanguardie sulla difensiva.
Venne a quel punto il momento del contrattacco. Il Principe Vittorio Emanuele, erede al trono e Duca di Savoia, condusse la brigata Guardie (l’ultima riserva) verso il fronte: quella marcia intercettò la ritirata della brigata Cuneo, che venne arrestata e riorganizzata. Riannodate le fila le due brigate, verso le 18.00, contrattaccarono il centro e l'ala sinistra del feldmaresciallo: le fecero indietreggiare per poi caricarlo alla baionetta, gettarlo nello scompiglio e costringerlo ad un precipitoso dietro-front. Vittorio Emanuele guidò personalmente l'assalto della brigata Guardie, rimanendo anche lievemente ferito. Nel combattimento si erano distinti ancora una volta i bersaglieri delle compagnie del Lions, Cart e De Biller.

Alle 18.30 circa, dopo tre ore e mezzo di combattimento, Radetzky, resosi conto che lo scontro aveva preso una brutta piega, ritenne di non aver altra possibilità, ordinò la ritirata, riconoscendo la sconfitta. Nessuna notizia ancora dal d’Aspre (attardato lungo la strada tra Ceresara e Solarolo), la destra sfondata, il tentativo di aggiramento della linea Goito - Cerlongo definitivamente fallito. Il Feldmaresciallo aveva perso la battaglia, poiché aveva commesso un grave errore di condotta strategica: pur disponendo di forze sovrabbondanti, ne aveva impiegato una parte rilevante in una fallimentare, quanto ridondante, diversione.
Carlo Alberto aveva vinto la terza battaglia, su tre combattute. Bava aveva confermato il successo di Santa Lucia, come il De Sonnaz aveva vinto a Pastrengo. I Toscani a Curtatone avevano dimostrato grande ardimento e resistenza.
La battaglia di Goito del 30 maggio ebbe conseguenza strategica una assai rilevante: Carlo Alberto aveva interrotto la grande manovra del Radetzky e la liberazione di Peschiera dall’assedio era fallita.
Non solo il grosso dell’esercito non era riuscito a risalire il Mincio, ma, pure, una colonna di soccorso (colma di vettovaglie) scesa da Rivoli Veronese e forte di ben 6mila uomini era stata bloccata dai Sardi a Calmasino.

Il fatto che tale combattimento sia avvenuto il 29, in coincidenza con gli scontri di Curtatone, testimonia una certa disarticolazione dei comandi austriaci. Il giorno 30, prima ancora che si cominciasse a sparare a Goito, la guarnigione di Peschiera si era arresa. Si consegnarono 1.600 uomini, 150 cannoni e una gran quantità di polvere e di proiettili. Ciò portava il saldo generale della ‘grande manovra’ decisamente all’attivo di Carlo Alberto. Quel giorno, mentre cominciava la ritirata austriaca, un corriere inviato dal Duca di Genova recò la notizia della resa di Peschiera. Per tutto il campo i soldati presero a gridare: ‘Viva il Re d'Italia’. Questo fatto, sarebbe poi stato ripreso anni dopo dal poeta Carducci nell’opera “Piemonte”.